LUCIANO BARRA CARACCIOLO,
GIURISTA CONTRO I TRATTATI
'L'AQUILA, L'EURO TI UCCIDE'

Pubblicazione: 01 gennaio 2014 alle ore 10:03

Luciano Barra Caracciolo
di

L'AQUILA - "I Trattati europei uccidono la Costituzione italiana. In queste condizioni è impossibile ricostruire L'Aquila come si dovrebbe e come si potrebbe".

Il fronte delle dure critiche all'Europa della moneta unica si allarga a macchia d'olio.

Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, eletto nella componente del Consiglio di Stato, tra l'altro autore del libro Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei (Dike Giuridica Editrice), continua a girare l'Italia per conferenze e convegni in un momento in cui, sia nel nostro Paese che nel resto del Continente, le difficoltà create dall'assetto della moneta unica diventano sempre più evidenti e sentite dalle popolazioni coinvolte.

Il giurista  lo scorso 30 dicembre era Pescara, nella sala consiliare del Comune di Pescara, al convegno Euro, la truffa del secolo, insieme al professor Antonio Maria Rinaldi, docente all'Università 'D'Annunzio' di Chieti-Pescara.

"Occorre rifarsi a consolidate e di gran luna maggioritarie teorie economiche che permettano di comparare e di interpretare la Costituzione e i Trattati europei, per comprendere che vanno in direzione diametralmente opposte", dichiara Barra Caracciolo ad AbruzzoWeb.

"Il premio Nobel per l'Economia, Joseph Stiglitz - prosegue - di recente ha detto che questa è l'Europa della repressione dell'inflazione a costo dell'incremento della disoccupazione. Ormai il quadro è chiarissimo, e, per i più importanti economisti italiani, europei e mondiali, lo è da tempo. L'Unione Europea si basa sulla stabilità dei prezzi raggiunta attraverso la disciplina fiscale, cioè la limitazione programmatica dell'intervento dello Stato nella spesa per fini sociali: è di questo che si occupa a livello istituzionale. Secondo gli 'architetti' dell'Unione, questo è quanto necessario e sufficiente per portare stabilità finanziaria e conservazione dei relativi margini di profitto: il problema della crescita e del livello di occupazione è considerato del tutto secondario. Ciò non deve stupire: se si va a vedere chi ha scritto e applicato i Trattati, si può notare l'appartenenza all'ambiente bancario-finanziario, come pure di chi compone la sua attuale governance”.

Lei mette in evidenza le differenze con la Costituzione italiana, non più sovrana.

La nostra Costituzione è stata scritta da persone che avevano fatto la Resistenza e preso atto dell'anti-socialità di un certo capitalismo. Con la volontà di risolvere le prevedibili conseguenze di un conflitto sociale non regolato dall'intervento solidaristico dello Stato democratico, grazie a una chiara e vincolante graduazione della direzione della spesa pubblica, si è ricercata come prioritaria la giustizia sociale. Democristiani e socialisti, e non solo i marxisti, in sede di Costituente, del resto, svolgevano apertamente questo tipo di discorso. L'essenza stessa delle democrazie è la garanzia del benessere a lungo termine, considerando che il benessere c'è solo con la piena occupazione, cioè con il pieno impiego della forza lavoro. Tutti all'epoca condividevano questo obiettivo di crescita e sviluppo. Invece, tanto più si privilegia il capitale nella sua dimensione finanziaria, tanto più si sacrifica il livello di benessere generale e tanto più si ottiene lo spostamento della ricchezza nelle mani di pochi. Come si può pensare di ricostruire L'Aquila terremotata senza investimenti pubblici, cioè senza poter utilizzare in termini solidaristici, previsti dalla Costituzione, tutti quegli strumenti finanziari pubblici letteralmente vietati dai Trattati e dagli atti convenzionali che ne hanno via via fissato i concreti termini di applicazione?

Evidentemente c’è chi non vuole cedere né potere, né ricchezza.

Le democrazie costituzionali contemporanee, una volta attuate, portano a una crescita incrementata programmaticamente da un intervento pubblico che è, prima di tutto, correttivo dell'assetto di forze che il capitalismo tende a creare e redistributivo verso la parte più debole, e largamente maggioritaria, della comunità sociale, quale che sia la ragione strutturale o contingente di questa situazione. L'effetto di questa correzione e della redistribuzione è che tutti stanno meglio, perché la crescita e la soddisfazione dei bisogni collettivi è la priorità indiscutibile, non certo la stabilità finanziaria intesa come garanzia della intangibilità dei profitti del capitalismo finanziario. Chi è in posizione di vantaggio iniziale, cioè il capitale, a seguito delle politiche ‘costituzionali’, non ottiene un incremento proporzionale della propria posizione di partenza. Questo non sta bene a chi sta in cima alla piramide, una componente sociale che, in termini oggettivi, non di meno, rimane immensamente ricca. Tuttavia la crescita del benessere economico, reddito e risparmio, della generalità, comporta una crescita culturale della massa e fa sì che questa abbia maggiore peso politico, ma ciò non è accettato da quelle che si considerano le élites e tendono a perpetuare la propria posizione, pretendendo di influenzare in modo privilegiato l'azione dei governi. Quindi le élites ostacolano qualsiasi tendenza a spostare l'assetto iniziale e a promuovere costantemente un ritorno verso quello che considerano un equilibrio indispensabile a proprio favore.

Chi è a favore dell’Euro spara a zero contro l’Italia, considerata, ad esempio, incapace di intercettare al meglio i fondi europei.

Chi parla di questo non conosce i dati finanziari e di bilancio dell'Unione europea, dato che i fondi sono l'espressione del bilancio di quest’ultima e non dell'Unione monetaria, che è stata deliberatamente creata senza un bilancio fiscale federale. I Trattati non offrono strumenti compensativi degli squilibri interni all'area euro, in realtà, e le dimensioni dei cosiddetti ‘fondi’ europei sono assolutamente inadeguate in rapporto al prodotto interno lordo della stessa Unione Europea, se rapportati a qualsiasi altra unione federale presente nel mondo, vedi Usa, Canada, al suo interno, la stessa Germania. Un grande economista francese, Jacques Sapir, afferma che servirebbero delle dimensioni di un bilancio federale europeo, proprio dell'area euro, almeno in parte comparabile per difetto a quella del bilancio federale degli Stati Uniti. Ma di questo bilancio, la Germania dovrebbe sopportare un peso pari a 8-9 punti del proprio prodotto interno lordo: un risultato semplicemente impensabile. E certamente respinto senza equivoci dalla stessa Germania. E poi, dall’Unione europea, non dall'area euro, si ripete, agli Stati come l'Italia, cioè ai contribuenti ‘netti’ come le stesse Francia e Germania, viene semplicemente restituita, parzialmente, una somma che gli Stati hanno già versato. Per effettuare tale contribuzione netta, cioè maggiore di quanto ricevuto, dati i vincoli di bilancio, cioè di drastica limitazione del deficit, fino all'attuale vincolo al pareggio di bilancio, dobbiamo sostanzialmente rinunciare ai programmi pubblici previsti dalla Costituzione. L’Unione Europea, in pratica, ne vieta la piena attuazione nei livelli solidaristici da essa previsti, non si scappa. Insomma, diamo dei soldi e ne riceviamo di meno, il meccanismo è questo. Le priorità, poi, vengono pianificate a livello eurocentrico, secondo finalità settoriali, ben diverse da quelle previste dalla nostra Costituzione. Ogni anno, secondo la Corte dei conti, sono oltre sei miliardi in meno che riceviamo rispetto alla nostra contribuzione. Inoltre, cioè in aggiunta, per la stabilizzazione della moneta unica, cioè degli squilibri inevitabilmente creati dall'euro, solo negli ultimi 3 anni, abbiamo dovuto pagare, a vario titolo ed emettendo debito pubblico aggiuntivo, che ci viene poi rimproverato come ‘colpa’ costringendoci ad ulteriori dosi di austerità, oltre 53 miliardi, tra cui figurano circa 10 miliardi di soccorsi bilaterali a Spagna, Grecia.

Il ruolo della Germania?

Un esempio su tutti. I fondi accumulati per tenere su i sistemi bancari greci o spagnoli, non sono stati usati per incrementare i bilanci di intervento sull'economia reale di tali Paesi, ma vengono direttamente dati in pagamento alla Banca centrale europea, divenuta acquirente dei titoli del debito pubblico di tali Paesi venduti da Francia e Germania. Oppure, finiscono immediatamente ‘girati’ dagli Stati debitori nel sistema bancario dei Paesi creditori, primo quello tedesco.

Ma questi fondi salverebbero davvero gli Stati in crisi oppure no?

Per l’Italia, ad esempio, il rating attuale dei nostri titoli, secondo quanto preso in considerazione dalle pattuizioni sull'intervento del fondo di salvataggio,  non consentirebbe l'intervento dei fondi salva Stati, neppure assumendo altre ‘condizionalità’ che inciderebbero ulteriormente nel sacrificio di salari e occupazione. E comunque, tali interventi dell'European stability mechanism, il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), la loro dimensione limitata rispetto a quella del reale squilibrio accumulato, risulterebbero comunque non risolutivi. Anzi, si tratterebbe di veri e propri colpi bassi, durissimi, alla nostra economia.

Intanto le tasse aumentano.

Dall'assetto giuridico attuale non possiamo attenderci che una continua progressione della pressione fiscale, realizzata sia attraverso la moltiplicazione, spesso artificiosa e contraria alla Costituzione, dei ‘tipi’ di imposte, sia attraverso il continuo allargamento normativo delle basi imponibili, che a seguito di mancata crescita e recessione, tendono a contrarsi. Ciò, anzi, viene realizzato anche quando, come ora, si propagandano modeste, se non irrilevanti, attenuazioni di talune aliquote fiscali. Uno dei drammi italiani, infatti, è la domanda interna, compressa oltremodo per realizzare un riequilibrio delle importazioni, dato il deficit relativo provocato dallo stesso meccanismo dell'Euro, che segna un cambio nominale troppo alto per l'andamento strutturale registrato dall'economia italiana. Ma ciò, oltre al crollo della base imponibile e del gettito tributario, e quindi all'esigenza di compensarli con inasprimenti fiscali, pone un problema di economia reale: se non c’è più domanda interna, non c'è incentivo alcuno a fare nuovi investimenti in Italia. Chi vorrebbe produrre non lo fa perché non ci sono prospettive di vendere il prodotto e il carico fiscale rende difficile immaginare anche la convenienza dell'esportazione, ammesso che questa possa da sola reggere la ‘baracca’ di un'impresa che non può non contare anche sul fatturato realizzato in Italia. Siamo nel pieno della visione neoclassica dell’economia. In effetti, siamo praticamente in stagnazione dal 1992, rispetto alle nostre precedenti capacità produttive, cioè dalle manovre di convergenza sui parametri di Maastricht, ma già all’epoca era evidente che non si potesse tollerare un vincolo di cambio e di bilancio fiscale del genere e mantenerlo insieme alla crescita.

Dunque per lei non c’è altra scelta: o c’è l’intervento pubblico nell’economia, oppure nulla, si muore.

Le democrazie moderne a modello capitalista ‘temperato’ si erano rette sull'intervento pubblico correttivo del ciclo economico, cioè sulla prevenzione e bilanciamento delle crisi periodiche cui si espone l'attività economica; quando la situazione economica è di crisi, quale che ne sia la ragione, se non ci sono investimenti pubblici, il settore privato non ha la fiducia e la capacità autonoma di  sbloccare la situazione. In un'economia liberista come quella dell'area euro, fondata sulla lotta all'inflazione e sulla limitazione dell'intervento pubblico, si finisce nella trappola della liquidità; anche se i tassi praticati dalla banca centrale sono vicini allo zero, i soldi rimangono là, fermi. E i risparmi fermi non si trasformano in investimenti, e, piuttosto, ciò viene imputato alla mancanza di produttività del lavoro che viene ulteriormente compresso nel salario. Ciò che chiamano ‘riforme strutturali’.

Economisti molto conosciuti e stimati come Giulio Sapelli temono l’esplosione di una guerra, in queste condizioni. Fu proprio lui a dichiarare a questo giornale: "Molti anni fa, purtroppo, i cambiamenti arrivavano dalle guerre. Oggi non più. Allora, si deve sperare di riuscire a cambiare senza traumi".

La guerra, assunta come competizione commerciale e industriale tra Stati che, teoricamente, avrebbero dovuto cooperare addirittura sul piano politico prima che monetario, è già in atto: il sistema di Maastricht che parla strategicamente, in realtà posticciamente, di “economia sociale di mercato fortemente competitiva", prefigura già in sé una competizione tra Stati per la supremazia sul mercato unico. Privi di governo federale, di sovranità monetaria e stretti da vincoli di bilancio che escludono ogni autonoma politica economica e industriale nazionale, gli Stati non hanno più la parte essenziale della sovranità. Ma quella sovranità sottrattagli ben oltre i limiti previsti dalla Costituzione per consentire di aderire a un'organizzazione internazionale, non è poi esercitata da nessuno, in termini di politiche di interesse generale dei popoli. È come se ci fosse un buco nero in cui la sovranità si disperde. Gli Stati devono competere tra loro, altre vie non vengono indicate. Il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, dice che tutto questo non porta sviluppo, si può vincere sulle esportazioni ma nessuno vince se si vuole realizzare questo tutti simultaneamente; quindi zero crescita comune e comunque crescita inferiore a quella realizzabile disponendo di quella sovranità ‘dispersa’ nel nulla. Le esportazioni si mandano avanti comprimendo domanda interna e salari, quindi, negli effetti sociali, siamo in guerra. Chi perde si trova di fronte a perdite epocali e a un impoverimento che diviene irreversibile. Non è l’Euro ad aver garantito la pace: semmai è uscire dall'Euro che porterebbe finalmente a una ‘pace’, intesa come armonizzazione cooperativa sul piano commerciale e industriale, che oggi non c’è perché è appunto incentivata una guerra commerciale-finanziaria dalla stessa struttura istituzionale della ‘non politica’ monetaria accentrata nella Banca centrale europea.

L’Italia che non ha mai saputo governarsi, dicono i difensori dell’Euro, non crescerebbe neppure in caso di uscita dallo stesso Euro.

Non è vero, l'Italia se la cavava benissimo, riuscendo a stare almeno alla pari di Francia e Inghilterra, con una struttura industriale più dinamica. La realtà economico-industriale italiana, fino all'irruzione del Sistema monetario europeo (Sme) e del ‘vincolo esterno’ non era affatto quella mostruosità che è stata dipinta ad arte da chi voleva ‘ridimensionare’ l’Italia. Bassa spesa pubblica, praticamente nella norma, dieci punti inferiore a quella tedesca, parliamo fine anni '70 inizio anni '80. C’era un deficit strutturale certamente, cioè l'Italia aveva un deficit più ampio di quelli cui siamo ora abituati, ma il deficit non è un in sé un elemento negativo per il prodotto interno lordo, corrispondendo all'immissione pubblica di moneta nel sistema, cosa che da noi ha generato un grande risparmio privato. Il debito pubblico al momento del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, nel 1981, era al 58 per cento, poi è esploso a causa del fatto che il debito pubblico è stato collocato alle condizioni convenienti per i privati, cioè affidato alla determinazione degli interessi fatta dai ‘mitizzati’ mercati e tarata sui vincoli di cambio, lo Sme, poi l'Euro, che ci agganciano a realtà economiche come la Germania,. strutturalmente inconciliabili con la nostra. Sottraendo deficit e debito dalle mani dello Stato sovrano, si è avuta un’esplosione degli interessi. Già in quel momento hanno cominciato ad arricchirsi minoranze di privati che sono diventati i sottoscrittori privilegiati di questo debito a interessi superiori al livello dell'inflazione, determinandosi un trasferimento a loro favore dei soldi dei contribuenti.

Si doveva disciplinare la spesa pubblica, o no?

Era una scusa. In termini assoluti non è mai stata alta, era sotto controllo. Il problema del deficit era in realtà dovuto alla pressione fiscale relativamente bassa rispetto agli altri paesi europei come Francia e Germania. Si verificavano problemi di elusione e evasione legati alla sottrazione della base imponibile da parte dei redditi diversi da quello da lavoro. Quando poi, dopo Maastricht, si è cercato di compensare questa sottrazione di base imponibile, aumentando su tutte le categorie produttive la pressione fiscale nominale, il cambio troppo alto e, comunque, il venire meno del sostegno pubblico per le limitazioni del deficit, hanno provocato il blocco dello sviluppo industriale, sottoposto a un modello inconciliabile e comunque non graduato nel tempo, come si sarebbe dovuto fare prima di entrare nella moneta unica. Il malgoverno italiano non era peggiore di altri ordinamenti in competizione, come Francia e Germania. Capiamoci bene, con le attuali politiche fiscali e specialmente con le politiche di raggiungimento del pareggio di bilancio, su cui l'elettorato non ha alcuna influenza, si azzererà il risparmio privato delle famiglie. È un fatto di contabilità nazionale, non si può non capire un concetto così elementare. Se devo tenere il deficit sotto un certo limite, si deve comprimere la domanda fino a provocare la recessione, praticamente senza limiti di tempo, al limite potrò alternare periodi semplice crescita vicina allo zero. Ma il deficit è il risparmio del settore privato e anche laddove, comprimendo la domanda interna, il saldo partite correnti, si aggiri intorno allo zero, si verifica comunque il trasferimento dell'onere degli interessi nelle mani di chi detiene il debito pubblico, non certo le famiglie, ormai marginalizzate. E col pareggio di bilancio si arriverà addirittura a un risparmio negativo: i cittadini per fronteggiare la vita e le tasse dovranno vendere i propri beni patrimoniali, intaccando lo stock di risparmio; questi beni andranno in sovraofferta e i prezzi caleranno drammaticamente. Guardate i prezzi degli immobili, già in aperta flessione. In vent’anni di Fiscal Compact i valori reali saranno ridotti almeno a un terzo rispetto ai picchi della metà degli anni 2000.

Quindi?

Alla fine del processo saremo tutti più poveri. Si sta deindustrializzando l’Italia: la Germania su tutte vuole controllarla, in quanto sua principale concorrente industriale nell'area euro, e farne, al più, una gigantesca fabbrica cacciavite, a bassi salari, progressivamente decrescenti. La Germania non vuole un'Italia viva e vitale, proprio perché è il principale concorrente sul mercato "unico"; fingendo di non volerci, come confermano le posizioni di Helmut Kohl durante la trattativa finale prima dell'introduzione dell'Euro, costrinse la nostra nazione a entrare nell’Euro, sapendo di poterla neutralizzare definitivamente nella sua competitività grazie al livello di cambio impostoci per sempre.

Eppure l'Euro ha sempre goduto di estrema fiducia.

Prenda a casaccio gli editoriali italiani degli ultimi trent'anni sui più importanti quotidiani: ci hanno detto enormi bugie, falsificando il senso economico del deficit e della spesa pubblica. Diluita nel tempo anche la reazione a questa aziona propagandistica, è stata pressoché nulla. Un lavoro ben orchestrato progressivo dei padroni finanziari. Colpevolizzando gli italiani e l’Italia spendacciona siamo arrivati alla povertà, ma noi dovevamo espiare i peccati e rinunciare a tutti i nostri diritti sociali. In Europa funziona così.

In conclusione?

L'intervento pubblico che è un obbligo costituzionale del governo, una volta sottopostici acriticamente ai vincoli fiscali della moneta unica, non è più praticabile. E c’è di più, addirittura sul piano delle stesse gravi emergenze come disastri naturali e grandi atti terroristici che dovrebbero consentire, anche in questa Europa, un'autentica solidarietà ‘umanitaria’. Prendiamo l’articolo 222 sul funzionamento del Trattato dell'Unione Europea, che sarebbe la clausola di ‘solidarietà’ introdotta nel Trattato di Lisbona. Supponiamo che qualcuno porti un grave attacco terroristico chimico a un Paese dell'area euro: gli interventi solidali sarebbero sempre subordinati ai limiti del rispetto del ‘simbolico’ bilancio dell’Unione europea e del rispetto deficit-pareggio di bilancio interno. Vi sembra normale? Le conseguenze di una Banca centrale cui è vietato espressamente di sostenere occupazione e crescita sono queste. Siamo subordinati a un modello di società che corrisponde al modello europeo, ma se non cambiamo è la fine. Di tutti.



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