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DALL'ABRUZZO A TORINO, PRIMA CALCIATORE, POI GIORNALISTA E SCRITTORE

ANGELO CAROLI:L'AQUILANO IN CHAMPIONS
''IO E BONIPERTI, SIVORI, PLATINI E ALEX''

Pubblicazione: 15 agosto 2012 alle ore 10:42

Angelo Caroli (a sinistra) con Giampiero Boniperti
di

L’AQUILA - Un aquilano in Champions League.

Angelo Caroli, 75 anni, è l’unico calciatore originario del capoluogo ad aver disputato una gara nella competizione più importante d’Europa, che all’epoca si chiamava ancora Coppa dei Campioni.

Lo ha fatto nel 1961 con la Juve scudettata, che aveva contribuito a far laureare campione d’Italia assieme a quei tre fenomeni di Giampiero Boniperti, John Charles e Omar Sivori.

Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Caroli è quello che, appena arrivato a Torino, è andato a segnare il suo primo gol in serie A e il giorno dopo è corso al liceo D’Azeglio a svolgere il compito di greco.

È quello che, appese le scarpette al chiodo, è diventato cronista sportivo, conoscendo da vicino l’Avvocato Gianni Agnelli, Michel Platini, Alex Del Piero e tanti altri protagonisti bianconeri, seguendo da inviato i Mondiali del 1978 e del 1986 ma perdendosi per colmo di sfortuna proprio quello vinto nel 1982.

Assistendo e raccontando la tragedia dell’Heysel, dove morirono 39 persone. Continuando per anni a scrivere della Juve, "una mia creatura, quasi come mia figlia Clara e le nipotine Valentina e Carolina".

“Chiamate dalla mia L’Aquila!”, risponde felice al cronista di AbruzzoWeb. Quella città dove, mentre passavano gli anni e si trasformava anche in scrittore di poesia e prosa, Caroli non è più tornato anche se, dice, “ce l’ho sempre nel cuore, come Torino non è mai riuscita”.

Atleta, calciatore, giornalista e scrittore... Quale di questi lavori è più faticoso e quale più divertente?

La scrittura è una fatica ma anche una via di fuga, che quando trova la dirittura d’arrivo dà grandissime soddisfazioni. Scrivere dà risultati nell’età della maturità, ha un significato più profondo che non uno Scudetto o i 100 metri o un salto in lungo vinti. Ho avuto soddisfazioni in entrambi i settori, l’esultanza del pubblico è più esaltante mentre il successo per libri e poesie più lento, graduale e razionale.

Non è da tutti segnare il primo gol in serie A e il giorno dopo ritrovarsi in classe per un compito di greco. Com’è andato a finire, poi?

La cosa bella che ho segnato al debutto a Bologna, avevo solo 18 anni. Non ricordo invece com’è andato quel compito, ma credo non tanto bene: non ero una cima in greco, preferivo molto di più il latino.

Ha vinto lo Scudetto del 1961 con Boniperti, Charles e Sivori. Pensa che questo trio abbia vinto troppo poco, soprattutto in Europa, per i valori tecnici che aveva?

Quella dello Scudetto fu una grande soddisfazione, ero già stato campione italiano nell’atletica ma ricevere questo riconoscimento nel calcio era tutta un’altra cosa. Hanno vinto poco? Dico di sì, ma allora l’Europa era sentita di meno: oggi è scontato che le prime tre partecipino a tornei internazionali, allora era un’eccezione. Dovrei anche dire che in occasione di alcune eliminazioni siamo stati sfortunati con gli arbitraggi.

Lei è l’unico aquilano ad aver giocato in Coppa dei Campioni, la futura Champions League. Che ricorda di quella sua unica partita internazionale?

Ho giocato contro il Panathinaikos ad Atene e ancora oggi mi mangio le mani. Ci fu il cross di un greco, l’ho respinto di testa ma verso il centro, come non bisognerebbe mai fare. C’era la mezzala che ha calciato al volo e l’ha messa lì, nel sette. È finita 1-1, quell’errore me l’hanno fatto pesare per mesi!

Come si preparava una gara all’estero e com’era l’atmosfera?

Rispetto a una gara di campionato non c’erano sostanziali differenze nella preparazione, le tabelle erano le stesse. Tutto era meno enfatizzato, oggi entrare in uno stadio per una gara di Champions è delirante. Ad Atene abbiamo trovato lo stadio pieno, ma a Torino non ci fu la stessa risposta, era la prima partita della stagione e contro una squadra abbordabile.

Ha giocato con Sivori e visto giocare Platini (nella foto con Caroli). Chi era più forte?

Non faccio mai paragoni tra fenomeni. Il primo era un giocoliere, prendeva palla e la nascondeva, prendeva in giro tutti, segnava gol con grande freddezza. Li accomunava la freddezza nella realizzazione, ma Sivori preferiva giocare più avanti. Mi ricordo una volta, solo davanti al portiere, lo ha fatto tuffare per tre volte tirando ogni volta indietro la palla e poi ha segnato, si divertiva. Platini era il genio, l’intelligenza a disposizione degli altri anche con lanci di 40 metri al volo. Due immensi giocatori, ma diversi.

E tra Baggio e Del Piero?

Altri due grandi, ma preferisco Del Piero, anche perché più vicino al calcio di oggi. L’ho vissuto anche come giornalista, mi sembrava un giocatore più altruista. Baggio giocava più per sé che per gli altri, anche se per un campione con grandi mezzi è fisiologico giocare prima per se stesso e poi anche per la squadra. Con la palla entrambi ci facevano quello che volevano.

Ci si interroga molto sul futuro di Del Piero dopo vent’anni in bianconero, secondo lei cosa farà?

È un ragazzo molto razionale, tanto è l’estro e la fantasia che fa vedere giocando quanto nella vita privata sa gestirsi in silenzio, avete mai sentito parlare di Del Piero fuori dal campo? Oltre a essere furbo è dotato anche di intelligenza pratica. Saprà gestirsi sicuramente come uomo.

La Juve lo ha trattato male nel finale della sua epopea?

Non saprei, bisognerebbe parlare con i dirigenti e con lui, ma non mi sembra, in bianconero i campioni vengono trattati tutti allo stesso modo. Quando un calciatore si lamenta bisogna sempre capire da dove parte e dove vuole arrivare, non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai. Comunque Del Piero è uscito con lo Scudetto, con un alone di gloria, fama e benevolenza. Un difetto del calciatore in generale è che quando lascia è dura staccarsi.

Quando il suo ex compagno Boniperti è stato superato proprio da Del Piero cosa avrà pensato?

Un che di rabbia e di invidia ci sarà stato, altrimenti sarebbe un robot, non un essere umano. Avrà pensato porca miseria!, perdere questo record è dura. Però sono entrambi pilastri della Juve che saranno ricordati sempre e credo anche che l’accostamento giovi sia all’uno che all’altro. Boniperti è da tanto che non lo sento: mi sono un po’ appartato, ho 75 anni e sono diventato un musone!

Quanto le pesa aver saltato da cronista proprio il Mundial del 1982?

Purtroppo ho avuto problemi personali. Mi è dispiaciuto molto, l’ho seguito in tv e visto qualche partita. Sono cose che succedono. Dovrebbe urtarmi parecchio ma è accaduto fatalmente. Comunque seguire un Mondiale da inviato è una grandissima esperienza, enorme: si conoscono persone, si va a fondo nell’analisi, si diventa più cauti nel giudicare. Spesso il giornalista guarda e giudica e non si rende conto se il giudicato ha problemi. Frequentandoli in quel contesto si capiscono, anche se io più umano di altri lo ero già, aver giocato a calcio mi ha aiutato molto in questo senso.

Se dovesse descrivere l’Heysel con un’immagine, una sensazione?

Un’angoscia allucinante, non dico altro. La cosa più tragica è che ho dovuto scrivere più di un pezzo perché all’epoca lavoravo per La Stampa e per La Stampa Sera. Quegli articoli mi uscirono dall’anima, sono servizi ottimi perché li sentivo e in più c’era di mezzo il calcio, la mia prima vita. Fu una tragedia incredibile, incredibile. Allora non ce ne rendevamo conto, poi pian piano abbiamo realizzato. Un’immagine è la rete che cade e tutti che si avventano di sotto. Non me lo fate ricordare.

Passi per i libri sul calcio, ma com’è approdato a scrivere opere in prosa e poesia?

Mi è sempre piaciuto scrivere, anche se non ero un grandissimo lettore e a scuola nei temi non ero granché, prendevo la sufficienza. Mi ha intrigato sempre l’altro, tutto quello che c’è al di là di me. Così ho scritto 25 libri, sette di poesie. La poesia mi viene da un mio prozio aquilano, Giuseppe Porto, che scriveva e recitava, io lo ascoltavo a bocca aperta.

Nel 2006 durante lo scandalo di Calciopoli ha scritto anche una lettera, alla Juventus, chiedendo alla società di difendere la propria storia: perché non è stato fatto con decisione, secondo lei?

Tiro a indovinare perché già da un pezzo avevo allentato i rapporti con la Juve anche se andavo a trovare Del Piero e Boniperti. Credo sia stata una decisione presa dagli avvocati, quella di stare zitti e sollevare meno polvere possibile, andando avanti. Ho creduto a questa ipotesi, altrimenti non si capisce. Ognuno ha le proprie ragioni, la Juve ha sempre avuto grandi dirigenti.

Che ne pensa della Triade? Moggi, Giraudo e Bettega erano diventati troppo ingombranti?

Con loro cuore, amore e cervello viaggiavano di pari passo. Per il resto, un pregio che mi attribuisco è di non giudicare mai gli altri se non conosco ragioni e motivazioni. Qualcosa di sbagliato ci sarà stato da parte della Triade, d’altronde chi è che non sbaglia? Non mi sento di accusarli. Troppo ingombranti? Come sono andate davvero le cose lo sanno in tre o quattro persone, non di più. È stato un vero shock per Torino, città della mitezza, della pulizia, della serietà e della professionalità. Però il tempo passa e rimedia.

Con il calcioscommesse l’atteggiamento della nuova dirigenza, più intransigente, le è parso migliore?

Non sono in condizioni di dare una risposta, e non sto bluffando. Bisognerebbe conoscere le ragioni e i comportamenti dalla A alla Z, a giudicare bisogna andarci cauti, soprattutto con argomenti di questa delicatezza. Mi dispiace non poter rispondere, comunque queste vicende mi hanno scosso: la Juve è una delle mie creature, assieme a mia figlia e alle nipotine.

Povero, litigioso e un po’ noioso: è così oggi il calcio italiano?

Sono d’accordo sul noioso. Guardate il calcio britannico, non è cambiato molto: corrono, c’è molta lealtà, tatticamente non sono al meglio, però non annoia mai. Litigioso? È possibile, ma l’enfasi spesso è una via per scrivere per i giornalisti. Una volta non si scrivevano certe cose, ma parlo dell’era paleozoica. Mi accontento del nostro campionato, potremo migliorare sempre, bisognerà trovare stranieri adatti che vengano anche a divertirsi, ma siamo sempre all’avanguardia, anche se non tra i primissimi.

Chi è il suo giocatore preferito attuale? La Juventus di oggi le va a genio?

Nella Juve Giorgio Chiellini non mi dispiace, interpreta bene quello che per me è il calcio: è tecnicamente buono, spinge, crossa e fa anche gol. Nel mondo dico Cristiano Ronaldo, perché non ha limiti, mentre Lionel Messi ne ha. L’argentino ha rapidità, senso del gol, pericolosità, ma il portoghese è più completo e poi ha un grande calcio, Messi invece vive di tocchetti.

Come mai non è più tornato all’Aquila?

Non sono più andato e mi rifiuto di tornare perché L’Aquila ha 99 chiese, 99 piazze e 99 fontane e io scoppierei a piangere già dalle prime, ricordandomi di tante cose che ho vissuto fino a quando sono stato lì a 18 anni. E poi ho un’età in cui non mi va più molto di viaggiare, scendo giusto al bar a prendere un caffè.

Che ha pensato quando c’è stato il terremoto?

Intanto ci tengo a dire che l’avevo già vissuto da piccolo, credo fosse qualche anno prima che arrivassi a Torino, nel 1955. Fece alle 5 del mattino, con i miei genitori fuggimmo vicino a Collemaggio. Non riportò danni la mia casa di via Fortebraccio che si trovava giusto sotto la chiesa di San Bernardino, un vero capolavoro.

E quello di tre anni fa?

L’ho seguito da lontano, attraverso tv e giornali, mi sono tranquillizzato un po’ quando ho saputo che ai miei parenti non era accaduto nulla di grave. Purtroppo dalla mia esperienza di tanti anni prima mi sono ricordato che si tratta di una zona sismica. Comunque non dimenticherò mai la mia città, dove sono nato e cresciuto: mi è rimasta nel cuore, mentre Torino non è mai riuscita a entrarmi così tanto nel cuore, anche se la amo. Quella piemontese è una città educata, gentile, formale. Torinesi falsi e cortesi? È solo un luogo comune. I torinesi veri non sono più tanti, ma la signorilità è il loro punto forte.

Chiudiamo con un suo ricordo dei due Agnelli, l’Avvocato, Gianni, che ha intervistato spesso, e il Dottore, Umberto, che è stato il suo presidente.

Due grandi personaggi del calcio italiano, uno più estroverso, l’altro più riservato. Hanno fatto grande, grandissima la mia Juve.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

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