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ALESSANDRO ORSINI, QUANDO L'AQUILA E IL GIORNALISMO ERANO VITA VERA

Pubblicazione: 17 novembre 2012 alle ore 11:17

Il giornalista del Messaggero Alessandro Orsini, scomparso il 9 maggio 2009
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L'AQUILA - Adesso viene il difficile.

Scrivere di Alessandro Orsini senza esserne degni è impresa ardua. Scrivere di un maestro, ma non in veste di allievo, è davvero complicato.

Colpa dell'amicizia fraterna con Alberto, il mio caporedattore che è letteralmente diventato il mestiere che faceva suo padre.

A differenza di chi scrive, al massimo disposto a dare un'annusata qua e là, evitando di lasciarsi divorare dai dettagli della professione. In famiglia, due giornalisti veri sono decisamente troppi.

Alberto, al contrario, ha scelto di raddoppiare. Tutto suo padre, eppure decisamente diverso. Certo, stessi occhiali, stesso genio nel fulminare chiunque con una battuta, stesso talento nell'affibbiare soprannomi su misura, ma, soprattutto, stessa morale, secca e priva di comodi appigli, nel lasciare in un angolo passioni e ideologie al momento di battere sui tasti. Morale da persona perbene.

Come quel gentiluomo di suo papà, capace di prendere per il naso chiunque senza mai scivolare nel volgare. Un nobile dalla spada di provincia, quella più sottile ed efficace.

Ah, già, dimenticavo: stessi colori calcistici nel cuore. L'Aquila Calcio, ma anche tanta Juventus, seppur orgogliosamente a latere. L'Aquila Calcio, l'amore più grande al di fuori della sfera familiare e delle cose serie, la croce più bella per le delizie scritte e firmate da Alessandro, quando lavorare per un quotidiano era fatica e privilegio.

Fatica, perché non si poteva sfuggire alla regola dei 'moduli' e delle righe, della taglia punto e basta dell'articolo: niente sbracature internettiane, pezzi dettati per telefono, correttori di bozze, rotative a tarda sera, precisione millimetrica a ogni passo.

Privilegio, perché il sicuro precariato non era necessariamente eterno e perché dalle trasferte per seguire una squadra splendida ma schifosamente disgraziata dell'antichissimo campionato di Interregionale (l'odierna serie D), usciva sempre un ristorante da intenditori. E io, a più di qualcuno di quei tavoli, ho avuto l'onore di sedermi da giovanissimo.

Tempi migliori di questi, non vi è alcun dubbio. Complessivamente e sottolineando le ovvie analogie con i tempi attuali, le generazioni più anziane hanno vissuto un'epoca d'oro rispetto a questa sciagurata patacca.

Non solo giornali, ma anche radio, di talento, roba per numeri 10 del mestiere che dal nulla inventano una magia all'incrocio dei pali.

In una città culturalmente molto viva che ha sfornato generazioni di fenomeni per decenni fenomenali, qualunque sia il giudizio su giornalisti, giornali, giornaletti e tutto l'universo che li riguarda e li confina. Erano tanti, sono ancora tanti e non hanno perduto la qualità, i giornalisti aquilani più datati.

Guido Polidoro, nel cui ricordo si perdono in molti, Dante Capaldi, poi più giù in un ringiovanir di annate con Alessandro Orsini, Giampaolo Arduini, Andrea Fusco, Fabrizio Caporale, Angelo De Nicola, Giustino Parisse, Antonio Di Muzio, Enrico Nardecchia, mio fratello Berardino e tutti gli altri che per ragioni di spazio, non di merito, omettiamo dalla lista.

Quelli, signore e signori, facevano e fanno giornalismo, lo insegnavano e sono ancora capaci di insegnarlo nonostante il declino economico si sia messo di mezzo, passando da un illegittimo rosicchiare a un vergognoso spalancar le fauci.

Capiamoci bene. Alessandro Orsini appartiene a un'epoca per adesso irripetibile del giornalismo abruzzese e italiano. Ed è stato egli stesso un uomo irripetibile, una persona fuori dal comune, oggi uno dei tasselli mancanti del giornalismo aquilano impegnato a fare i conti con L'Aquila da ricostruire dalle fondamenta.

Io, da buon vigliacco, ho evitato di incontrarlo nelle ore più difficili. Un ritardo, una mattinata che si allunga, il rinvio a chissà quando per rabbia, per paura di vederlo debilitato dal male, lui, proprio lui, che con la forza della mente e delle viscere si era imposto nella vita.

Mancavano pochi mesi al terremoto, pochi mesi ancora e il nostro mondo avrebbe perduto la sfida da vincere a ogni costo. Idem per Alessandro.

Destino infame, perché 'Sandro' era vita vera e la malattia, per quel che mi riguarda, è un primo passo verso la negazione di essa. Vigliaccheria, lo so. Ma so anche un'altra cosa su cui avrei scommesso la testa: in mezzo alla polvere e alle macerie, sulla strada verso il letto da cui non si sarebbe più alzato, la battuta da vero aquilano di sponda 'agnesina' non gli è mai mancata, neppure quando il fiato s'è fatto più corto.

Ecco perché nel ricordarlo si finisce sempre per ridere dei suoi colpi a effetto.

Perché Alessandro Orsini era vita vera, come L'Aquila che si è portato dentro nel viaggio più lungo.



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