ADDIO RENZI: IL MASTERPLAN E' AL SICURO,
RICOSTRUZIONE QUASI, GUERRA CANDIDATURE

Pubblicazione: 05 dicembre 2016 alle ore 13:34

Matteo Renzi
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L’AQUILA - Il destino del Masterplan, il futuro della ricostruzione post-terremoto del 2009 e gli incroci tra candidature in vista delle elezioni che verranno, Comunali 2017, Politiche 2018 se non verranno anticipate e Regionali 2019.

Sono questi i tre temi principali sull’agenda abruzzese che fanno palpitare la politica e, a cascata, la società regionale dopo l’uragano causato dalla sconfitta del fronte del sì al referendum costituzionali e le successive dimissioni del governo che verranno presentate oggi al Quirinale dal primo ministro, Matteo Renzi.

Alcuni percorsi sono avviati e dovrebbero proseguire “lisci” qualsiasi scenario si concretizzi in futuro, dal governo Renzi-bis a quello istituzionale di Pietro Grasso fino al governo tecnico-politico di Pier Carlo Padoan, ma sono ore fluide e molto movimentate e nulla può essere dato per scontato.

Tutti da valutare a medio termine sarebbero, ovviamente, gli effetti di una fine anticipata della legislatura e scioglimento delle Camere per tornare al voto ora, come vuole il Movimento 5 stelle, o nel 2017, come chiede gran parte del centrodestra, dopo aver cambiato la legge elettorale.

In Abruzzo ha vinto il no con quasi 5 punti in più della media nazionale: 64,39% (461.167 voti) contro il 35,61% del sì (255.022). Italia il no l’ha spuntata con il 59,95% (19.025.275) mentre il sì si è fermato al 40,05% (12.709.515).

MASTERPLAN, LAVORI IN CORSO E NESSUN PERICOLO

Poco meno di un mese fa, il 10 novembre, proprio Renzi ha ‘benedetto’ a Pescara la firma delle convenzioni riguardanti i 77 interventi individuati nel Masterplan-Patto per il Sud per l'Abruzzo, operazione da 1,5 miliardi di fondi europei, tra la Regione e i soggetti attuatori individuati.

In questi mesi è in corso e procederà la fase definita della “scelta del contraente”, che avverrà con gare europee anche molto corpose, gestita dal dipartimento regionale titolare dell’operazione, quello Opere pubbliche guidato da Emidio Primavera, che è responsabile unico del procedimento.

Il Masterplan non viene ritenuto in pericolo perché a firmarlo non è stato Matteo Renzi, ma il presidente del Consiglio inteso come persona giuridica.

Non solo, il Cipe ha già deliberato lo stanziamento del Fondo di sviluppo e coesione (Fsc) in quella notevole misura di un miliardo e mezzo, c’è quindi già stato un atto successivo.

Per smantellare il Masterplan bisognerebbe tornare indietro su atti già assunti, senza vantaggio per alcuno perché i fondi europei di quel capitolo sono comunque destinati alle Regioni.

RICOSTRUZIONE, VIGILARE SULLA FINANZIARIA

Quanto alla ricostruzione post-terremoto, il suo destino si annoda strettamente con l’approvazione della legge finanziaria, che, nelle bozze circolate prima del voto referendario e delle dimissioni, avrebbe dovuto confermare le dotazioni previste di 2,7 miliardi per i prossimi 2 anni, divisi tra 1,297 miliardi per il 2017 e 1,497 per il 2018.

Non ci sono, a oggi, motivi particolari per cui un nuovo governo dovrebbe cambiare le carte in tavola, soprattutto fin quando le Camere restano quelle attuali a maggioranza Pd abbastanza ampia, certo è che dovrà raddoppiare la “vigilanza” in aula dei deputati abruzzesi per far rimanere le poste così suddivise.

Soprattutto se a guidarlo fosse Padoan, che dello stanziamento di quelle somme è in qualche modo l’autore.

La bufera verosimilmente scatterebbe solo qualora, data l’impasse istituzionale, il Parlamento non riuscisse ad approvare la finanziaria entro i termini di fine anno.

A quel punto si manifesterebbe lo spauracchio dell’esercizio provvisorio, che obbligherebbe qualsiasi governo in carica a governare stanziando di volta in volta un dodicesimo delle somme: una strozzatura che non potrebbe non avere ripercussioni nei flussi di competenza e cassa.

LA POLITICA, TANTI POSTI E GUERRA SUI CANDIDATI

La caduta di Renzi cambia tutto anche dal punto di vista delle strategie politiche, e sì che molti l’avevano messa in preventivo e stavano già lavorando in tal senso, ma la fine anticipata di un governo che prometteva o “minacciava”, a seconda del tifo, di tirare dritto fino alla fine naturale della legislatura, nel 2018, ora rimette in moto a pieno regime il motore della lotta per le candidature.

A facilitare il compito un po’ di tutti sarà la mancata abolizione del Senato, scongiurata proprio dal no alla riforma, che lascerà intatti e non tagliati i posti da parlamentari abruzzesi, che verosimilmente saranno ancora una ventina (nel 2013 sono stati eletti 7 senatori e 14 deputati).

Al di là della data delle elezioni, probabilmente anticipate, il conto esatto delle poltrone che saranno disponibili è impossibile farlo per un semplice motivo: non si sa con quale legge elettorale si andrà al voto, o meglio con quali, visto che c’è una elevata probabilità che ci siano due leggi e due meccanismi diversi tra Camera e Senato.

In ogni caso ci sarà da sgomitare per conquistarsi una candidatura. Nel centrosinistra ci sono uscenti al primo mandato che puntano dritti al bis, magari quelli che possono rivendicare un’attività folta e qualche risultato centrato, da Stefania Pezzopane ad Antonio Castricone, da Gianni Melilla a Vittoria D’Incecco.

Ma il centrosinistra ha anche alcuni altri nomi pesantissimi che potrebbero entrare a gamba tesa in questa partita: su tutti l’attuale vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, in carica fino al 2018, che ha ben quattro legislature sulle spalle ma è divenuto una delle alte cariche dello Stato e tra le “riserve della Repubblica” secondo molte fonti accreditate addirittura per un incarico da premier. Impossibile pensare di tenerlo fuori.

Altro candidato extra large è il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che prima della bufera referendaria puntava dritto a una candidatura in Parlamento, lasciando il suo scranno con 6-8 mesi di anticipo e coltivando l’ambizione di diventare anche ministro, il primo abruzzese dopo vent’anni.

Ma ora, a sconfitta decretata, ha serrato i ranghi nella sua azione regionale dando “appuntamento tra 29 mesi” per la verifica delle cose fatte, sembrando puntare, piuttosto, a un bis da governatore, come diceva nella campagna elettorale 2014, e temporeggiando, almeno per ora, sulle ambizioni regionali.

Un altro battitore libero è l’attuale sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, non ricandidabile, che in questi mesi si stava cucendo su misura un ruolo di patriarca a livello nazionale sulla grande battaglia per la messa in sicurezza delle case, diventando anche, con un coupe de theatre dell’ultim’ora, fervente sostenitore del sì. Non è bastato e ora che il grande progetto “Casa Italia” finirà quanto meno in naftalina, se non verrà silurato, si dovrà progettare un futuro diverso.

Lunghi coltelli anche nel centrodestra, in cui in ottica voto nel 2018 la staffetta di cui si parlava era: Nazario Pagano, leader regionale di Forza Italia, in Parlamento al posto di Fabrizio Di Stefano, pronto a tornare in Regione dopo due mandati tra palazzo Madama e Montecitorio, ma dalla porta principale, quella di candidato alla presidenza della Giunta.

Chiaro che ora bisognerà rivedere tutto, con la “scomoda” convivenza tra parlamentari uscenti ed esponenti regionali che ambiscono alla promozione: Paolo Tancredi contro l’amico Gianni Chiodi, Antonio Razzi contro l’inviso Mauro Febbo, Paola Pelino contro il plurivotato Paolo Gatti e così via.

E che dire del Nuovo centro destra. Federica Chiavaroli, entrata nel 2013 all’ultimo posto utile del Popolo della libertà, si è affrancata da quello schieramento e quella storia, divenendo leader regionale e tra i principali nazionali degli alfaniani e venendo premiata con un posto da renziana doc da sottosegretario alla Giustizia. Anche per lei, come per Filippo Piccone e per tutti gli aderenti a questa formazione, ora, si dovrà scegliere un futuro e una linea.

Imperscrutabile e imprevedibile, come di consueto, il mondo del Movimento 5 stelle, che ruota però su un cardine: il vincolo di due mandati, senza deroghe, anche con la fine anticipata delle legislature.

Gli eletti nel 2013 erano tutti esordienti e potranno ricandidarsi tutti, ma consci che per loro sarà l’ultima volta. Chissà comunque che qualche nome nuovo non voglia giocarsi la carta di una scalata nazionale. L’aquilana Enza Blundo, tanto per cominciare, ha già annunciato a NewsTown la volontà di passare la mano.



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