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6 APRILE: RICOMINCIARE ALTROVE, LE STORIE
DI CHI HA DECISO DI NON TORNARE A VIVERE ALL'AQUILA

Pubblicazione: 06 aprile 2018 alle ore 06:43

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L’AQUILA – Forse è vero che il tempo in realtà non è che una percezione: nove anni dal sisma del 6 aprile 2009 che ha distrutto L’Aquila e provocato 309 vittime sono volati via in un battito di ciglia, tra ricorrenze e rintocchi i campane e nomi scritti nell’anima di chiunque abbia anche solo sfiorato quei giorni neri.

Giorni neri fatti anche di scelte. C’è chi ha deciso, con coraggio e testardaggine e anche paura, di restare. C’è chi ha deciso, con coraggio e forza e anche paura, di andarsene dall’Aquila, per non tornare.

AbruzzoWeb ha raccolto le storie di chi dopo quella fatidica notte hanno affrontato il cambiamento più radicale, con una partenza, una nuova vita, un tentativo di rinascere e ricominciare per sé e i propri cari, lontano dalla distruzione, dalle case sventrate e dalla conta dei morti e dei sopravvissuti.

Come Lamberto, che dopo aver vissuto i suoi primi quarant’anni tra i vicoli stretti del centro storico dell’Aquila, seminato ricordi tra la scuola e i portici nelle passeggiate del sabato pomeriggio, imparato a memoria ogni pietra e ogni pezzetto di muro cui appoggiare la schiena chiacchierando con gli amici, è scampato al crollo parziale della sua casa. Proprio in uno di quei palazzi settecenteschi del centro “in cui vivevo con mia moglie e la nostra bimba di appena tre mesi” ricorda con emozione. 

“La nostra casa è stata fortemente lesionata dal terremoto. È crollata una parte della volta, noi siamo vivi. E dopo i primi mesi trascorsi a Silvi Marina, sfollati come tantissimi altri aquilani, abbiamo deciso che avremmo ricominciato altrove - racconta ancora Lamberto - Avevo la possibilità di trasferirmi con il mio lavoro a Pescara e ho colto l’occasione. Per dare alla mia famiglia una possibilità di ricominciare una vita normale. Dentro di me sentivo, e purtroppo sono stato un buon profeta, che per rivedere il centro storico ci sarebbero voluti anni, come è stato”.

Da qui la scelta di stabilirsi dunque nel capoluogo adriatico, la famiglia si è allargata con l’arrivo di un secondo bimbo, poi l’asilo, la scuola, il lavoro, ambientarsi in una città che “comunque offre tanto e dove si vive benissimo”, guardare L’Aquila da lontano e sentirne la mancanza, dentro, “cercare i propri punti di riferimento quando si cammina per strada, e non trovarli. E domandarsi, che cosa ci faccio qui?”. 

Le ferite, con il tempo, si rimarginano, restano cicatrici sempre più bianche e sbiadite, ma a passarci su con la mano ci si rende conto che sono ancora lì “Il cuore è rimasto all’aquila. Si è raggiunta una certa stabilità emotiva e questo è importantissimo, è stato positivo anche non aver vissuto il periodo di grande nervosismo immediatamente successivo, tra le difficoltà, le scosse. Mi sento aquilano al cento per cento, anche se sono andato via. La vita è anche questo, si può cambiare città per tanti motivi, in questo caso una causa di forza maggiore, una scelta fatta per la stabilità emotiva della famiglia. Ma quando sogno, ancora oggi, sogno me stesso all’Aquila”. 

Ed è difficile anche far accettare la propria decisione a chi è rimasto o è tornato in città, nonostante tutto.

Un’incomprensione reciproca che parla di due diversi punti di vista, e non si può dire con certezza quale sia giusto tra i due, se essere rimasti o essersene andati. Perché ci è voluto coraggio a prendere tutte e due le decisioni. 

La pensa così anche la signora Rita, del quartiere Torrione, partita per Roma il pomeriggio stesso del 6 aprile, con la sua famiglia, i genitori, l’anziana nonna. 

La parola “difficile”, è ricorrente nei racconti di chi ha preferito lasciarsi tutto alle spalle e guardare, con dolore e malinconia “la propria vita, la propria città voltandosi, pietrificati, come la moglie di Lot, nei passi del Vecchio Testamento” descrive. 

"Quella notte non ci siamo resi subito conto di cosa era successo, il quartiere Torrione non aveva avuto grandi danni. Poi, raggiunti i miei genitori che vivevano nella zona di Porta Leoni, parlando con alcuni studenti e attraverso i cellulari abbiamo iniziato a capire le proporzioni del disastro". 

Rita ha fronteggiato altri duri colpi, dopo il 6 aprile, perdendo a breve distanza l’uno dall’altro prima il marito e poi il padre. Ferite su ferite, e la decisione di non tornare ha purtroppo “il sapore di un altro lutto non digerito, non elaborato. Un qualcosa di sospeso che mi spinge comunque ogni volta che posso, a tornare all’Aquila, vederla che piano piano riprende a vivere. Ma sono brevi momenti di vacanza, prima di rientrare a Roma, dove ora è la nostra vita”. 

Il tempo, nove anni, sembra non essere trascorso, per chi è partito e per chi è rimasto. Le recenti scosse hanno riportato incubi e paure. O, semplicemente, non se ne erano mai andati. 



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