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LA SORELLA DI ANTEO ALLEVA RACCONTA LA SUA VERITA' SULL'ECCIDIO DEL
23 SETTEMBRE 1943, ''VENNERO TRADITI DAGLI STESSI AQUILANI E INSULTATI''

L'AQUILA: IL RICORDO DI PINA ALLEVA, ''NOVE
MARTIRI VENDUTI PER DENARO AI TEDESCHI''

Pubblicazione: 25 aprile 2018 alle ore 08:30

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L'AQUILA - “Traditi dagli stessi aquilani, venduti per denaro, insultati dopo la morte; quella dei Nove Martiri dell'Aquila non fu un'esecuzione, nessuna morte dignitosa, fu un eccidio intriso di odio, figlio di un periodo contrassegnato dalla totale assenza di fiducia nei confronti del genere umano”.

Sono parole forti quelle di Pina Alleva, sorella minore di Anteo Alleva, il più giovane del gruppo dei Nove, un giovane che “credeva nella libertà”.

Molto è stato detto di quei momenti, storie discordanti tra loro, buchi temporali che hanno cercato di ricucire gli storici aquilani, Corrado Colacito e Walter Cavalieri, proprio attraverso i racconti di chi c’era.

Gli atti relativi al processo che è seguito nel 1947 all’eccidio dei Nove Martiri aquilani, infatti, sono ancora coperti dal segreto di Stato e ad oggi sono gli unici documenti ufficiali che potrebbero riempire i vuoti di quel passato.

“Ne sono state dette tante, ma la storia non è come la vogliono raccontare, non è stata una bravata, non sono stati usati o mandati a morire per nulla, loro credevano in quello che facevano, i Nove Martiri sono morti per L’Aquila e per l’Italia, ma è come se la città volesse dimenticarli, basta andare al cimitero per vedere le loro lapidi, danneggiate dal sisma del 6 aprile 2009 e per le quali ancora nessuno fa niente”, ci tiene a dire Pina.

Quello che è certo è che Anteo Alleva, di soli 17 anni, Pio Bartolini, soldato ventunenne, Francesco Colaiuda, 18 anni, Fernando Della Torre, 20 anni, Berardino Di Mario, 19 anni, Bruno D’Inzillo, 19 anni, Carmine Mancini, 19 anni, Sante Marchetti, 18 anni, Giorgio Scimia, 18 anni, vennero uccisi il 23 settembre del 1943 alle ‘Casermette’, le attuali caserme Pasquali e Campomizzi, dopo essere stati fermati da truppe tedesche nelle alture di Collebrincioni (L’Aquila).

Pina all’epoca ricorda perfettamente quel che è successo.  “Quel periodo è stato davvero assurdo e difficile, ricordo che i giovani non potevano neanche passeggiare: si poteva uscire massimo in gruppi composti da tre persone, altrimenti veniva considerata una ‘communnella’, un pericolo per i fascisti, perché non c’era libertà di parola o di pensiero, ci avevano tolto tutto e l’aggregazione voleva dire scambio di idee, assolutamente vietato”, racconta la sorella di Anteo.

“I ragazzi più grandi si ritrovavano nella chiesa di San Pietro per poter scambiare due parole, se volevano mandare qualche messaggio alle ragazze o ad altri amici li davano a me, che facevo da tramite, perché ero la più piccola e nessuno mi avrebbe fermata”.

Nonostante le restrizioni fasciste, i giovani partecipavano a riunioni clandestine e proprio in uno di questi incontri è stato deciso di radunare forze ed armi a Collebrincioni, dove sarebbero stati raggiunti da altri partigiani per recarsi tutti insieme nel Teramano, dove si stavano ricongiungendo a Bosco Martese, molti militari e civili sotto la guida degli ufficiali di Pietro Badoglio.

“Non dimenticherò mai quel giorno - dice con voce rotta Pina Alleva - mia madre, Domenica D'Alessandro e mio padre Raffaele Alleva, avevano deciso di nascondere le scarpe di Anteo, così che non potesse andare con gli altri a Collebrincioni. In casa c’erano anche l’altro mio fratello Nino e le mie sorelle Ivana e Ada, arrivata quasi alle mani con Anteo perché non prendesse gli scarponi. Mio padre non c’era in quel momento e mamma per mettere pace alla fine glieli ha dati, urlandogli contro. Quella è stata l’ultima volta che ho visto mio fratello e mia madre non se lo è mai perdonata”.

Secondo Pina Anteo “è stato venduto per soldi”.

“I tedeschi sapevano con certezza dove si trovavano i Nove, perché un fascista aquilano aveva fatto la spia, guidando le truppe nemiche per i sentieri di Collebrincioni in cambio di una somma in denaro, usanza di quel tempo, in pratica vendevano i loro stessi concittadini”.

I ragazzi in realtà erano 10: “uno di loro, considerato inabile ad imbracciare le armi poiché aveva una mano offesa si è salvato; tutti gli altri vennero portati alle ‘Casermette’ e obbligati a scavare due grandi fosse, poi i tedeschi li fecero fucilare dai fascisti, dicendo ‘questa è roba vostra’, come aveva raccontato a papà l’unico sopravvissuto. I colpi di fucile non li avevano uccisi, ma solamente feriti, con lo scopoprobabilmente di lasciarli morire sottoterra; mio fratello, per esempio, era ferito alla gamba sinistra quando è stato sepolto vivo  - prosegue Pina - Sapevamo della loro morte per sentito dire, ma mia madre ha potuto piangere suo figlio solo la liberazione dell’Aquila, il 13 giugno del 1944”.

Anteo Alleva è stato ritrovato nella ‘fossa dei 5’, a scavare quel giorno c’era anche suo padre. “Papà era stato avvisato da D’Inzillo, anche lui aveva perso suo figlio e sono andati insieme a scavare per cercare almeno un corpo su cui piangere”.

La cosa che Pina ricorda con più dolore, però, è quello che è accaduto dopo la morte dei giovani. “Le mamme dei Nove ragazzi non potevano uscire più di casa, venivano insultate dagli stessi aquilani, fascisti e non, si era creata una sorta di odio verso i partigiani e verso le loro famiglie, erano considerati traditori, loro che hanno combattuto per liberare la città e gli stessi cittadini”.

Un pensiero riassunto in poche righe nel libro di Colacito, I Martiri Aquilani del 23 settembre 1943: “Non si mossero, quei ragazzi, perché volessero sfidare un immortale destino; essi volevano una cosa molto più semplice ed umana: volevano evitare la vergogna e l’umiliazione di essere schiavi dei nuovi dominatori, che, tracotanti e baldanzosi, calpestavano il suolo della patria, il suolo abruzzese, il suolo aquilano. I Nove Martiri aquilani sono e saranno sempre degni di compianto e di onore”.



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