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''LE MIE RADICI LE SUONO COL JAZZ QUI IN AMERICA''
MARCHESE, PESCARA-BOSTON ''NON E' SOLA ANDATA''

Pubblicazione: 01 settembre 2013 alle ore 10:10

Stefano Marchese
di

PESCARA - Un successo arrivato in giovane età ambito, cercato con insistenza e trovato, come accade ai più audaci, anche grazie a un pizzico di fortuna.

Stefano Marchese è un musicista di Pescara che ha preso armi e bagagli e se n’è andato a Boston, negli Usa.

Per inseguire e costruirsi qualcosa di concreto col sogno più grande della sua vita: la musica, “la mia amica fedele”.

Negli Stati Uniti Marchese sta portando il nome del suo amato Abruzzo, l’Abruzzo che è impresso nel suo cuore e che non a caso ha ‘coinvolto’ in un nuovo progetto dal titolo "Radici", primo album in cui il musicista rilegge in chiave jazz alcune canzoni tradizionali della sua terra, assecondando il desiderio di riprenderle e fonderle con il jazz tirando dentro il dialetto, “una grande forma di cultura che l'America è fiera di conoscere”.

Marchese, cosa rappresenta la musica per lei?

Difficile riassumere in poche parole le emozioni di una vita, ma credo di poterla descrivere come la mia migliore e più fedele amica. Mi ha sempre accompagnato, fin da quando, da piccolissimo, giocavo con la vecchia chitarra di mio padre. Da allora non mi ha mai abbandonato. La musica mi ha portato a spasso per il mondo, è stata la mia prima lingua, quella che conosco meglio, che mi permette di esprimere le emozioni in modo inequivocabile.

Quando ha capito che la musica sarebbe stata una componente fondamentale della sua vita?

I miei genitori e amici lo hanno capito subito, hanno sempre insistito affinché mi esibissi ovunque e senza timori. Io invece ho impiegato un po’ di tempo per capirlo. In effetti si poteva intuire subito, sin da quando con mio fratello Francesco registravamo su cassetta jingles radiofonici o televisivi, oppure quando a 14 anni nella mansarda di casa mia, con mio fratello alla batteria e il mio vecchio amico Daniele alla chitarra elettrica disturbavamo i vicini nelle ore più inconsuete. Oppure quando in estate, nelle scampagnate tra parenti e amici, diventavo l’intrattenitore della situazione con la chitarra in braccio e il canzoniere dei successi pop del momento.

Com’è iniziata la sua carriera da musicista?

Quella amatoriale, come ho anticipato, prestissimo. Quella da professionista invece a 19 anni, quando mi sono trasferito a Roma. Ho avuto la fortuna di esibirmi sempre con musicisti più grandi di me e la loro esperienza è stata per me un’ottima occasione di apprendimento. Ho suonato davvero ovunque e in tutte le situazioni, diciamo che ho fatto una lunga e dura gavetta, combinando l’amore per la musica con il teatro, con l’opportunità di ricoprire ruoli importanti in commedie, musical e show. A Roma poi ho avuto modo di vivere in prima persona il mondo dello spettacolo, venendo a contatto con tantissimi dei volti più noti. Ho sempre cercato di migliorarmi con lo studio costante e da questo punto di vista sono stato davvero fortunato perché ho studiato sempre con i maestri migliori, davvero una lista infinita. Molti di loro poi sono diventati dei grandi amici come Joey Blake, Cinzia Spata o il mio conterraneo Marco Di Battista.

Parliamo di jazz. Come nasce la passione per questo stile?

Credo che il jazz sia stato la più grande scoperta nella mia vita! Mi sono innamorato subito di Frank Sinatra e poi ho scoperto Ella Fitzgerald, Miles Davis, Chet Baker, Duke Ellington, fino ad arrivare a Bobby McFerrin, artista che adoro e che ho avuto modo di conoscere personalmente. Il jazz per me rappresenta fusioni di stili, culture diverse, libertà di espressione. Sotto questa etichetta ci sono milioni di suoni diversi, milioni di colori. La musica in generale è un meraviglioso strumento di unione, di superamento di differenze. La musica e il jazz in particolare è di tutti, è sempre aperto a nuove interpretazioni, è un linguaggio mondiale, è sempre in evoluzione, migliora costantemente. Ho sempre creduto che la politica dovrebbe ispirarsi un po’ a questo modello di democrazia.

Da Pescara a Boston, un cambiamento importante e radicale della sua vita: quando ha deciso di trasferirsi e cosa l’ha spinta a farlo?

È stato un susseguirsi di eventi, non avrei mai immaginato di arrivare fin qui, neanche nei più grandi sogni da bambino. Amo la mia terra, le mie tradizioni, la mia gente e il mio dialetto, ma purtroppo “nessuno è profeta in patria”, non che io abbia mai pensato di fare il “profeta” di mestiere, anzi. La nostra terra mi offriva poco spazio per crescere e ho cercato di cogliere le occasioni che si presentavano. La più grande di tutte è stata sicuramente la borsa di studio vinta a Umbria Jazz nel 2008 per venire a studiare qui a Boston al Berklee College of Music. Era un’occasione troppo grande per me.

È stato difficile abituarsi a questa “vita nova” e dunque abbandonare Pescara?

Assolutamente sì. Come potrebbe essere il contrario? Sono cresciuto a Pescara, un’isola felice, dove i problemi s’ingigantiscono perché in realtà non abbiamo mai vissuto problemi veri come guerre, tensioni civili e altro. Quando un ragazzo come me arriva in una realtà come quella americana cambiano le prospettive, rifletti sulle tue origini, sulla tua cultura, sulle tradizioni, anche sulla religione. Può sembrare paradossale, ma è proprio dal confronto con altre culture che le tue radici si rafforzano, riscopri e apprezzi più a fondo i valori con i quali sei stato educato e sei cresciuto.

Mi ricordo che sono arrivato a Boston nel Gennaio del 2010, la prima notte ho alloggiato in una stanza di albergo a Kenmore Square, in attesa di trovare una stanza con altri studenti. C’era tantissima neve, un freddo polare, forse - 12, ero solo, non conoscevo bene la lingua e il mio primo pensiero è stato proprio in dialetto: “Ma chi me l’ha fatt fa’?”. Poi però ho imparato ad apprezzare questa città, che è diventata la mia seconda casa. Mi piace la libertà americana e soprattutto le opportunità che questa terra offre senza troppe distinzioni di colore, provenienza e nazionalità.

“Radici” è il tuo primo disco in assoluto. Un titolo che fa pensare a un periodo passato, ad un "distacco", ma cosa significa realmente per te? E com’è strutturato l’album?

“Radici” significa Stefano Marchese, le sue emozioni, le sue influenze, i luoghi visitati e le persone conosciute, l’amore, le fusioni e la ricerca di nuovi suoni partendo dal grande bagaglio del passato. È una sorta di album fotografico con varie espressioni e momenti della mia vita. Il titolo è un omaggio alla mia terra, alla mia cultura e infine, ma non in ultimo, alle lingue con le quali mi esprimo: dialetto, italiano e inglese, che portano con sé tantissime storie da raccontare.

L’album è composto di due brani tradizionali abruzzesi, “Addije Addije Amore” e “Vola Vola Vola” rivisitati in chiave moderna, oltre alle mie composizioni originali. Ho avuto la fortuna di registrare questo progetto con alcuni tra i più grandi talenti jazz incontrati al Berklee College e provenienti da diverse parti del mondo come Lihi Haruvi, Sax, da Israele, Albino M’Bie, chitarra, dal Mozambico, Grant Richards, piano, dagli Usa, Usa), Changmin Jun, basso, dalla Corea del Sud, Giuseppe Paradiso, alla batteria, italiano come me. Poi c’è Tareq Rantisi alle percussioni, lui è della Palestina, oltre al grande ospite Ken Cervenka, della Berklee Faculty, al flicorno. Un altro grande ospite di non musicista, si chiama Fabrizio Tridenti, un grandissimo artista del gioiello contemporaneo, anche lui abruzzese, che ha accettato il mio invito a esporre, come copertina del mio Album, una sua opera.

Ti manca Pescara? Hai mai pensato di farci ritorno?

Certo che mi manca la mia città. “Non escludo il ritorno”, direbbe Franco Califano e in questo caso lo dico anch’io. La propria terra è come il primo amore, non si scorda mai!

 



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