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DOMENICO MORO NEL SUO ULTIMO LIBRO SPIEGA COME E PERCHE' GLI EX PCI
SIANO PASSATI COL CAPITALE, ''INTEGRAZIONE MONETARIA PORTA AI FASCISMI''

''L'EURO IMPOVERISCE LE REGIONI E I COMUNI'',
IL RICERCATORE ISTAT, ''ITALEXIT E' DI SINISTRA''

Pubblicazione: 09 febbraio 2018 alle ore 07:00

Domenico Moro
di

L'AQUILA - “L’uscita dall’Euro è stata considerata come fumo negli occhi dal centrosinistra e dalla sinistra di governo, europeista e pro Euro. La sinistra radicale, invece, pur molto critica sui Trattati e sull’integrazione monetaria, si è dimostrata incerta sulla questione dell’uscita dall’euro. Purtroppo, spesso a sinistra si è fatto l’errore di vedere l’unificazione europea come un processo di superamento del nazionalismo. È bene, però, che si sappia che l’integrazione economica e monetaria europea è un fattore di creazione di forti tensioni sociali, di povertà e di reazioni in stile nazionalista e fascista”.

Sta per uscire il suo ultimo libro, La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra (Imprimatur editore) e nell'attesa Domenico Moro, ricercatore Istat, analizza, tra l'altro, in un'intervista ad AbruzzoWeb, il tema del rapporto tra l'impianto ideologico e culturale che ha portato alla moneta unica e la sinistra italiana. 

Mentre il centrosinistra e il Partito democratico "rimangono fieramente sostenitori di questa Europa, una parte della sinistra, quella radicale, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, si sta mostrando sempre più contraria all’impianto europeo".

Quello di Moro è, però, anche uno sguardo critico e impietoso sulla difficile condizione economica dell'Italia delle Regioni e dei Comuni nel sistema Euro, sguardo comunque distante dalla vulgata politica e mediatica, quella cioè quello del motivetto “casta, cricca e corruzione” facilmente rintracciabile nei discorsi della strada e strumentalizzato da certe forze politiche.

“C'è invece chi, ad esempio all’interno della coalizione di Potere al popolo - spiega Moro - non si accontenta delle spiegazioni semplicistiche basate sulla ‘casta’ e indica chiaramente le responsabilità dell’Europa, rifacendosi alle posizioni espresse in Francia da Jean-Luc Mélenchon. Secondo l’ex candidato alle presidenziali francesi si può provare a modificare il meccanismo di funzionamento dell'Unione europea, ma, nel momento in cui non ci si riesca, si deve puntare al 'piano B', cioè a un piano di uscita dall'Euro. Una posizione esplicitamente favorevole all’uscita dall’Euro e dalla Unione europea si trova comunque in alcuni settori della coalizione di Potere al popolo, come Eurostop”.

“Negli anni la sinistra ha confuso l'Europa con europeismo e internazionalismo, ma la struttura europea non favorisce né l'internazionalismo néla solidarietà tra i popoli.Fa l'esatto contrario, crea cioè nazionalismo e xenofobia. Infatti, le misure di austerità e di deflazione salariale europee generano crescenti divergenze economiche e sociali tra Paesi e accentuano le differenze sociali e di classe all'interno dei singoli Paesi, creando allo stesso tempo disaffezione verso la politica e odio nei confronti dello straniero. È, di fatto, un terreno su cui crescono fascismo e xenofobia”, precisa l'esperto. 

“Eppure un tempo la sinistra, penso al Partito comunista italiano, guardava in modo negativo all'integrazione europea, ma la trasformazione della parte maggioritaria dell’ex Pci in un partito sempre più sostenitore delle logiche neoliberiste è avvenuta non solo sulle questioni europee, ma in generale su quelle economiche, sociali, internazionali e istituzionali. Non bisogna meravigliarsi, quindi, del sostegno all’integrazione economica e valutaria di quel settore che, provenendo dal Pci, si è trasformato prima in Pds, poi in Ds e infine in Pd, diventando alla fine l’espressione, nei fatti, più conseguente degli interessi del capitale transnazionale europeo”.

Per Moro, “il punto di fondo è il concetto, sbagliato, che l’Italia non può fare da sola e che, quindi, ha bisogno di un ‘vincolo esterno’ per gestire adeguatamente il bilancio pubblico, la macchina statale e così via”.

“Ci si è dunque affidati all'Europa, nella veste appunto di benefico vincolo esterno, affinché  imponesse quella che, secondo alcuni, sarebbe dovuta essere una efficientizzazione della macchina statale e una maggiore disciplina di bilancio, evitando così gli sprechi. In realtà,il vincolo esterno europeo è servito a imporre una riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica in Europa e in Italia, sottomettendo il lavoro salariato al capitale e attaccando lo stato sociale, il salario, le pensioni. Il debito (ma anche la corruzione e l’inefficienza), invece non è diminuito, anzi è aumentato. Durante il governo di Mario Monti, che pure dell’austerità di bilancio aveva fatto la sua bandiera, il debito pubblico è cresciuto di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013”. 

“In che modo ha funzionato il vincolo esterno? Aggirando il controllo del Parlamento sul bilancio pubblico e su altre importanti decisioni e imponendo così misure di austerità che altrimenti non sarebbero passate tanto facilmente. In pratica andando contro la Costituzione e sottomettendo il Parlamento, cioè il legislativo, al governo e alle istituzioni sovrastatali europee, a cominciare dalla Banca centrale europea”.

Moro cita a questo punto Guido Carli, banchiere, ministro e governatore della Banca d'Italia dal 1960 al 1975, il quale dichiarò che “l'Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie, cioè al governo e al Parlamento. Anche Romano Prodi in più occasionisiè espressoin termini simili”.

“Ciò che è stato fatto nell'Europa occidentale - sintetizza Moro - è semplice: si è utilizzato il vincolo esterno, ossia lo spostamento delle decisioni monetarie ed economiche dal livello nazionale a quello sovranazionale per imporre delle misure a favore dello strato di vertice del capitale, cioè delle banche e delle grandi imprese multinazionali, che non sarebbe stato possibile mettere in atto altrimenti”.

A chi su questo punto obietta che negli Stati Uniti d'America e nel Regno Unito la svolta liberista sia stata imposta senza l'Euro Moro risponde che “da quelle parti non ce n'era bisogno. Negli Usa e nel Regno Unito il sistema elettorale era marcatamente maggioritario, mancavano i partiti di massa di sinistra, anche i sindacati erano più deboli. Insomma, quei Paesi erano diversi dall'Europa continentale, non c'erano gli stessi rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato, né la stessa architettura istituzionale”.

Tornando all'Italia, “purtroppo - ammette Moro - a livello di massa non si capisce con sufficiente chiarezza che lo stato disastroso in cui versano le nostre città e le nostre regioni dipende in parte non piccola proprio dall’Europa, cioè dai vincoli di spesa imposti dai Trattati europei, dal Fiscal compact. Guardiamo, ad esempio, allo stato in cui si trovano Roma o Napoli, allo stato delle strade e delle infrastrutture, al collasso dei servizi pubblici locali, frutto anche del forte ridimensionamento dei trasferimenti statali ai Comuni e alle Regioni. I due terzi dei tagli del Fiscal compact si sono scaricati sugli enti locali”.

In ogni caso, secondo Moro il debito pubblico “non può essere imputato alla spesa sociale né può essere spiegato solo e soprattutto con la corruzione o le inefficienze della politica, che pure esistono, ma che sono favoriti dalle privatizzazioni e dalle esternalizzazioni dei servizi pubblici”.

“La spesa pubblica al netto degli interessi è al di sotto o in linea con la media della Uem (45% sul Pil nel 2016), mentre quella per interessi sul debito è molto superiore (4% in Italia contro 1,8% nella Uem). Infatti, il deficit in Italia nel 2016 è stato del 2,5 per cento sul Pil,se includiamo le spese per gli interessi, ma, se le togliamo, abbiamo un surplusdell'1,5 per cento, superiore alla media Uem, che è dello 0,5%. In pratica, in Italia le entrate superano le uscite dell'1,5 per cento al netto delle spese per il servizio al debito”.

Lo scenario per quel che riguarda il futuro del Paese, per Moro, è chiaro: “se si continua ad essere sottomessi al vincolo esterno, continueremo, come cittadini e lavoratori, a perdere posizioni, perché l'integrazione economica e monetaria europea è un grosso fattore di riduzione salariale e di welfare. Soprattutto sarà impossibile creare sufficienti posti di lavoro, specie lavoro full time e a tempo indeterminato” 

“Intanto, le condizioni dei lavoratori salariati nel loro complesso peggiorano, mentre aumentano i profitti proprio grazie a questo peggioramento. Il paradosso è che in un Paese in cui le esportazioni crescono e che ha una bilancia commerciale e dei pagamenti che va bene, ci siano milioni di disoccupati e di lavoratori poveri”.

Moro, infine, non è stupito dal fatto che in un territorio in fase di ricostruzione post-sisma come quello dell'Aquila, la disoccupazione sia a livelli altissimi.

“Guardiamo al contesto generale - è la sua spiegazione - siamo ancora all'interno della peggiore crisi capitalistica dal 1929. In questo contesto, il capitale privato, per innalzare il saggio di profitto,dirige gli investimenti ai settori di monopolio, come le autostrade, o delocalizza e investe all'estero per sfruttare i salari più bassi, o per sfruttare le commesse pubbliche. Infatti, le impresedi costruzioniin Italia hanno poco lavoro, a causa sempre dei vincoli di bilancio, che limitano le spese per infrastrutture”.

“Dal 1990 ad oggi, in Italia gli investimenti diretti all'estero sono passati dal 5 per cento al 25 per centodel Pil, un aumento notevolissimo. Eppure, di fronte alla contrazione degli investimenti privati cosa si fa? Si riducono la spesa e gli investimenti pubblici, deprimendo l’investimento complessivo, la domanda e quindi il Pil. Di conseguenza il debito pubblico, che è calcolato in percentuale sul Pil, cresce, generando un ulteriore richiesta di disciplina fiscale e innescando così un vero e proprio circuito vizioso. Non se ne esce, a meno di non rompere la gabbia dell’euro e dei trattati”, conclude. 

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