'L'ABRUZZO SALVATO DALLA GRANDE INDUSTRIA'
SAPELLI, 'SI PARLA SOLO DI STARTUP E TURISMO'

Pubblicazione: 14 giugno 2017 alle ore 07:00

Giulio Sapelli
di

L'AQUILA - "Dire startup non significa nulla. Ci vogliono i capitali, le idee, gli investimenti pubblici. Bisogna attrarre produzioni anche straniere, consapevoli che la prospettiva di lavoro da 'larga massa' non si crea col turismo, ma con le industrie. L'Abruzzo è diventato ricco grazie soprattutto alla presenza di almeno un lavoratore salariato in famiglia, non capisco come chi fa politica non se ne renda conto".

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, non cede alla nuova 'cultura' politica che negli ultimi tempi, specie in campagna elettorale, tratta il lavoro secondo schemi apparentemente moderni, fatti di startup, turismo, piste ciclabili, in uno scenario che non soltanto i dati Istat reputano drammatico con il segno negativo per il primo trimestre del 2017 sia in agricoltura con un -12.000 unità lavorative sia nel settore industria, con un -9,2%,

Perché, spiega Sapelli, "il mondo non può fare a meno delle industrie piccole e grandi. E la modernità è il ritorno alle industrie piccole e grandi, è terribile che in un territorio come quello abruzzese, specie interno ma non solo, che rischia la desertificazione. In quella regione, è vero, si lavorava anche nei campi, ma alla fine la ricchezza, la nascita e la crescita delle classi medie, sono state frutto del salario che si portava a casa da una fabbrica".

E al turismo, parola che dalla bocca dei politici esce un giorno sì e l'altro pure, il professore crede ma fino a un certo punto, ribadendo che "i numeri da grande occupazione hanno bisogno di industrie. Le società, senza di esse, muoiono. Serve produrre beni, manufatti, cose che durino nel tempo. C'è bisogno di grandi opere, in un Paese che vede le autostrade crollare e in un modello di vita che sta portando le persone a non vaccinare i propri figli e a credere che si possa andare avanti dismettendo le industrie. Dovrebbero leggere, queste persone, un capolavoro come 'La dismissione' del compianto Ermanno Rea, un romanzo che spiega, con l'esempio dell'Ilva di Bagnoli, ciò che di drammatico sta succedendo all'Italia".

Per Sapelli, poi, "Negli Usa di Bernie Sanders e Donald Trump e nel Regno Unito di Jeremy Corbyn, si parla di lavoro, in luoghi in cui il 'popolo degli abissi' ha rialzato la testa, dagli operai anche disoccupati, agli anziani, a chi fa parte della classe media distrutta. Quei tre sono molto diversi tra loro, ma non si può negare che appartengano a culture in cui la parola lavoro è fondamentale".

Da dove ripartire, quindi? "Dal lavoro, dalla grande occupazione, dalle industrie. Tutto il resto va benissimo, turismo e servizi compresi, purché facciano parte di un sistema in cui ci sono grandi investimenti pubblici e privati. Solo così si può cominciare a eliminare le disuguaglianze create proprio dalla deindustrializzazione e da un'idea del lavoro che con la realtà storica non ha nulla a che vedere. Le tasse per lo Stato le fa l'industria, non certo il piccolo commercio". 

"Ma ormai viviamo in un clima anti-industria - conclude il professore - che non fa ben sperare. In un mondo in cui il capitale preferisce la speculazione finanziaria all'investimento industriale a lungo termine, bisogna fare molta attenzione per non finire male. I politici, la classe dirigente, devono capirlo. E smetterla di affidarsi a soluzioni assolutamente inutili". 



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