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L'AVVOCATO MARIANO, ORIGINARIO DEL CHIETINO MA NATO A JOHANNESBURG
''NEL 2005 IL NOSTRO PRIMO INCONTRO, AMAVA L'ITALIA MA NON LA CUCINA''

''IO CHE HO CONOSCIUTO NELSON MANDELA''
''TRISTI MA SERENI, NOSTRO PADRE RIPOSA''

Pubblicazione: 06 dicembre 2013 alle ore 14:55

Maurizio Mariano con Nelson Mandela
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L’AQUILA - Assorbire tutta l’energia positiva dei 95 anni di vita e di lotta di Nelson Mandela e ripartire con un po’ di tristezza, ma positiva, nel lungo cammino verso la libertà e l’uguaglianza che ha ancora tantissimi ostacoli.

C’è questo nel cuore dell’avvocato Maurizio Mariano, nato a Johannesburg 49 anni fa ma con entrambi i genitori abruzzesi e legatissimo a questa regione, all’indomani della scomparsa di Madiba, un’istituzione per l’Africa e il resto del mondo.

Mariano gestisce cinque studi legali di cui uno nella capitale. È stato il rappresentante a Roma della comunità italiana in Sudafrica, che è arrivata a 50 mila persone con 300 famiglie di origine abruzzese. Ha poi cominciato a fare politica nel 2002, tra le fila dell’African national congress (Anc), il partito di Mandela.

“Gli abruzzesi qui vanno fortissimo - spiega nell’intervista esclusiva ad AbruzzoWeb - perché tantissime infrastrutture, strade e linee elettriche sono state costruite da loro”.

Nel colloquio con questo giornale, Mariano ripercorre il suo primo incontro con Mandela, nel 2005, quando gli ha parlato del ruolo importante dell’Italia nella lotta all’apartheid ma anche, simpaticamente, dello scetticismo verso la cucina italiana.

Ricorda il suo ritorno in Abruzzo accompagnato dall’attuale vice presidente del Sudafrica, Kgalema Motlanthe, al quale lo scorso settembre ha mostrato la costa chietina ma anche la montagna aquilana.

Spiega poi che cosa cambierà ora che Madiba non c’è più, poco a suo dire, e come vivrà il lutto: in disparte, cercando di respirare il più possibile lo spirito positivo di questo grande del Novecento.

Come vive questo momento la gente del Sudafrica?

Siamo tutti tristi, però è una tristezza con un aspetto positivo perché il nostro padre riposa. Stavamo tutti aspettando questo momento, che purtroppo si sapeva sarebbe arrivato. Però lo viviamo con un sorriso e diciamo grazie Mandela, è giusto che anche tu ora abbia riposo.

A livello personale quali sono i suoi sentimenti?

Un continuo ringraziamento perché ho sempre notato in lui la volontà di assicurarci che eravamo sudafricani come tutti gli altri. Per tanto tempo le comunità minoritarie hanno vissuto con preoccupazione, chiedendosi quale futuro avrebbero potuto avere in questo Paese. Lui e altri come lui ci hanno immediatamente fatto capire che il Sudafrica è il Paese di tutti quelli nati e residenti qui, quale che sia il colore della pelle.

Quali sono i suoi legami con l’Abruzzo?

Mio padre era originario di Fallo, mia madre di Villa Santa Maria, e sono venuti in Sudafrica uno nel 1954 e l’altra nel 1957. Io sono nato nel 1964 a Johannesburg, ma il più grande dono ricevuto da bambino era di tornare in paese dove avevo bisnonni e nonni, mentre mio zio era giudice di Corte d’Appello a Roma. Quando sentivo qualche abruzzese parlare del ‘pericolo’ dei neri per me era inaccettabile.

Che sensazioni ha avuto quando ha portato nella sua regione d’origine Kgalema Motlanthe?

Portando in Abruzzo il vice presidente, che è stato in carcere 11 anni con Mandela, ho voluto lanciare un messaggio a me, alla mia famiglia e ai miei paesani: guardate qui, ecco il vice presidente che appartiene a questo gruppo, vedete che sono persone come noi. Il mio paese ha 90 abitanti ma è stato un momento molto emozionante.

Come concilia le sue origini italiane e sudafricane?

Sono nato qui anche se ho sempre amato la terra di mamma e papà, questo nessuno me lo toglierà mai. Ma sono un sudafricano di origine italiana, sono molto orgoglioso della fusione delle due culture, orgoglioso di essere originario del Sudafrica e dell’Abruzzo. Si è creata un’armonia fenomenale, e per questo devo dire grazie a persone come Oliver Tambo e Motlanthe e, principalmente, a Mandela.

Quando vi siete conosciuti?

Ho avuto un primo incontro molto profondo nel 2005, dopo aver iniziato il mio lavoro con l’Anc nel 2002.

Che cosa ricorda delle sue discussioni con Mandela?

Mi ha fatto notare il ruolo importantissimo avuto dall’Italia durante periodo dell’apartheid. Questa nazione è stata molto vicina all’Anc, il nostro partito, devo ricordare che la città di Reggio Emilia nel 1978 firmò un patto di solidarietà. Negli anni Settanta l’ambasciatore dell’Anc in Italia fu accolto a braccia aperte. Quando ho conosciuto Mandela mi ha svelato che l’Italia era stata l’unica nazione invitata a un’importante cerimonia.

C’è stato anche qualche momento simpatico?

Mi ha detto che doveva essere sincero fino in fondo e che l’unico problema era che preferiva il cibo indiano a quello italiano. Ho risposto spiegandogli che la cucina italiana è molto vasta, ce ne sono di mille tipi diversi, e mi ha detto ok, la prossima volta mi farai assaggiare qualcosa di buono!

Senza di lui che cosa cambierà nel governo del Sudafrica, nelle istituzioni?

Non cambia niente, continuiamo a seguire la politica del partito Anc e si sa che la politica di quel partito è stata formata da persone come Mandela. Era un uomo del partito, ha sempre seguito quei princìpi. Se potesse parlare oggi ci direbbe: continuate seguendo quello che dice la costituzione.

Per alcuni analisti potrebbero riprendere vita tensioni etniche, lei che ne pensa?

Non sono di questo parere.

Un tema dibattuto è quello dell’eredità, ci saranno difficoltà tra i parenti?

È ovvio che in tutte le famiglie ci sono sempre diverse opinioni. Ci sarà qualche problema ma, conoscendo Mandela, in linea di massima sarà tutto in regola. Non posso dire molto di più su questo argomento, ci sono già stati problemi in passato ma ho visto che ora una parte della famiglia ha ritirato l’azione in tribunale: dovranno a un certo punto riunirsi e dirsi tra loro, nello spirito di papà o di nonno, facciamo le cose per bene, anche se il fatto che siano tante persone è un rischio. Noi siamo abituati a vederlo come un dio, ma è una famiglia come tutte le altre.

Ci saranno 12 giorni di cerimonie funebri, lei come li vivrà e come li vivrà la gente?

Da quanto ho sentito questa notizia ho solo voglia di mettermi da parte e stare tranquillo, assorbire tutta la bontà di Mandela e poi, piano piano, nel partito aspetto le decisioni dei miei superiori. Per quanto riguarda la comunità italiana, faremo una messa, sarà un periodo per assorbire la sua energia positiva e continuare. Lui diceva siamo arrivati qui ma è ancora lungo il cammino. Il mondo ha tanti problemi, non c’è mai tempo per dire sono arrivato, dopo una collina ce n’è un’altra.



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