''FRANCESCO TUCCIA MERITA L'ERGASTOLO''
STUPRO L'AQUILA, PARLA LA VITTIMA

Pubblicazione: 07 dicembre 2013 alle ore 19:20

Francesco Tuccia

L'AQUILA - "Per me dovevano dargli l’ergastolo visto che, oltre alla violenza sessuale che ho saputo dopo dai medici e da mia madre, perché non ricordo ancora nulla, c’è che io ho rischiato davvero di morire".

Così la studentessa laziale vittima della grave violenza sessuale da parte di un suo quasi coetaneo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio dello scorso anno fuori dalla discoteca Guernica di Pizzoli (L’Aquila), all’indomani della conferma della condanna a otto anni di carcere, già inflitta in primo grado, per l’ex militare campano di stanza nel capoluogo da parte della Corte d’Appello aquilana.

Il riferimento dell’ex studentessa dell’Ateneo cittadino è al fatto che, dopo la violenza sessuale, è stata lasciata da Tuccia svenuta, sanguinante e seminuda in mezzo alla neve fuori dal locale, dove è stata salvata da un buttafuori della discoteca che stava facendo un giro prima della chiusura.

La giovane Francesca, un nome di comodo per celare le vere generalità, ha occhi celesti molto vivi e un sorriso sincero, un chiaro segnale di chi ha reagito allo shock e al dolore patito quasi due anni fa. Anche se la sofferenza è ancora molto forte e il percorso di recupero ancora molto difficoltoso, d’altra parte, disagi e sofferenza emergono in ogni passaggio di questa intervista.

Francesca ha ripreso a vivere, è emigrata in una città del Nord Italia per inseguire il sogno di diventare ingegnere e ha trovato la forza di sostenere due esami.

"Non so se sono giusti otto anni - continua - per i 20 giorni in ospedale quando ho saputo di essere stata violentata, perché dell’epilogo drammatico di quella notte non ricordo nulla, per quello che ho passato e che sto continuando a provare, per l’esilio, che mi ha cambiato la vita, a cui sono stata costretta per andare via da luoghi dove mi conoscono e sanno della mia storia, per la vita e la spensieratezza precedente che non torneranno mai".

Quanto al suo futuro, spiega di avere "ripreso a vivere grazie a me alla mia famiglia, ma il processo non mi restituisce nulla anche perché non posso raccontare a nessuno che cosa mi è successo. Sono un’altra persona rispetto alla studentessa dell’Aquila, ho problemi di relazioni con gli altri, anche se ho degli amici non mi fido di nessuno ma soprattutto non mi fido di me perché ora non so come riconoscere il bene e il male, non so se sono in grado - spiega ancora con voce decisa - Otto anni la ragazza che ero prima non me li ridaranno mai! Sono io che devo lavorare per ricostruire una persona almeno all’altezza di quella di prima. In tal senso, non so se non ricordare sia un bene o un male".

Sul delicato tema del perdono nei confronti del suo carnefice, Francesca è chiara: "Non so davvero che cosa rispondere, non ricordando nulla della violenza, non lo conosco e quindi non riesco a essere arrabbiata con lui, anche guardandolo non mi ha dato particolari sensazioni. Naturalmente, razionalmente per quanto male mi ha fatto, per questo meriterebbe l’ergastolo".

L’unico momento nel quale la giovane mostra di provare un minimo di sollievo rispetto al processo di ieri che ha fatto tornare d’attualità una vicenda che ha fatto discutere e indignare l’opinione pubblica nazionale è quando sottolinea: "Ho pensato che partecipare al processo di appello fosse inutile, non avrebbe risolto nulla, questo fino a ieri mattina, invece ora mi sento ripagata da questa ulteriore sofferenza che ho vissuto", conclude senza volere entrare nel merito del riconoscimento da parte dei giudici di appello dell’aggravante della crudeltà e delle sevizie.

LA MADRE, ''PREGO PER TUCCIA, DOVRA' COMPRENDERE IL BENE''

La madre della giovane studentessa laziale vittima di violenza sessuale da parte di un ex militare campano di stanza all’Aquila nella notte tra l’11 e il 12 febbraio scorsi all’esterno di una discoteca di Pizzoli (L’Aquila), anche dopo la sentenza di appello che ha confermato la condanna a otto anni di carcere, esprime un sentimento di perdono verso il carnefice della figlia.

"Una sentenza non può e non deve mai rappresentare uno strumento per giustiziare gli imputati bensì una correlazione giusta ed equa tra il reato compiuto e le conseguenze penali - ha spiegato -. Ciò non toglie che non è la sentenza che restituisce qualcosa alla parte offesa ma è soltanto una pace interiore che può venire dal superamento di ogni sentimento di rabbia, odio o rancore, cristianamente pregando per la grazia del perdono che è fonte di armonia con se stessi e con gli altri, a partire dalla propria famiglia. Ciò perché dal male possa nascere il bene: e questo perché Francesco non è il male ma ha compiuto il male rendendosi disponibile a compierlo. Prego per lui perché possa invece comprendere il bene".

La donna ha comunque espresso soddisfazione sull’epilogo del processo d’Appello: "In un momento in cui molte persone si impegnano con dedizione a portare avanti l’azione per contrastare la violenza contro le donne, in un momento in cui ci si batte sulla convenzione di Istanbul recentemente ratificata dallo Stato Italiani, encomiabili giudici hanno pronunciato una risposta concreta con una sentenza coerente con i principi del documento comunitario non vanificando così l’opera di tutte le volontarie che si dedicano a tale scopo".

Anche l’avvocato difensore della giovane Enrico Maria Gallinaro, il giorno dopo la sentenza di primo grado, ha sottolineato che "il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà e delle sevizie che arriva dopo una valutazione operata a questo punto da ben sei giudici tra tribunale e corte d’appello stigmatizza in modo pieno quanto quella notte la mia assistita ha dovuto sopportare: un fatto che purtroppo oggi abbiamo visto accertato come un atto di inaudita crudeltà e violenza".



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